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ARTICOLO-INTERVENTO DELL'AVVOCATO AUGUSTO CONTE

DOMENICA 15 DICEMBRE 2013

Immagine di Bartolo Longo
LA GIUSTIZIA E LA CARITA' DELL'AVVOCATO BARTOLO LONGO IN CONTRAPPOSIZIONE ALLA TEORIA DEL DELINQUENTE NATO
ATTUALITA' DEL SUO MESSAGGIO
L'avvocato Augusto Conte
  Bartolo Longo, nato a Latiano (Brindisi), l'11.2.1841 dal medico Bartolomeo Longo e da Antonia Luparelli, beatificato da Papa Giovanni Paolo II è soprattutto noto negli ambiti religiosi per la fondazione nel 1876 del Santuario di Pompei nel quale portò il quadro della Madonna del Rosario, dipinto su tela regalatogli da Suor Maria Concetta de Litala; la venerazione del popolo delle campagne, nel quale aveva avviato opera di catechesi e la diffusione del Rosario, si propagò tra la popolazione che parlava di grazie e di miracoli. 
 Oltre all'opera religiosa fu rilevante quella sociale. Nel 1887 costruì infatti l'Orfanotrofio femminile e nel 1891 l'Ospizio per i figli dei carcerati (“orfani della legge” erano definiti i figli dei carcerati, degli ergastolani, dei delinquenti), sfidando le teorie della scuola positivista e proponendo una rivisitazione degli studi scientifici del positivismo sull'uomo, per verificare, con l'impiego di scritti e concreta sperimentazione, privilegiando  gli elementi morali e religiosi, la possibilità di valorizzare gli aspetti positivi, onde conseguire la risocializzazione dei deviati, fondamento della antropologia criminale.
 Gli studi classici e la erudizione latina affinarono il suo pensiero e il suo stile; dal 1846 al 1858 studiò nel Reale Collegio Ferdinando di Francavilla Fontana diretto dai Padri Scolopi; invece di andare all'università di Napoli, sconvolta dalle agitazioni antiborboniche, ispirato dal secondo marito della madre, l'Avv. Giovanni Campi di Mesagne, iniziò gli studi del diritto a Lecce, privatamente: dopo l'annessione del Regno di Napoli all'Italia fu promulgata la Legge Casati che non riconosceva l'insegnamento privato; nel 1853 si trasferì quindi a Napoli per completare gli studi giuridici, inserendosi tra docenti e colleghi con il suo carattere espansivo e conseguendo nell'Università di Napoli la laurea il 12.12.1864.
 Gli incontri con ambienti anticlericali e il naturalismo scientifico diffuso negli ambienti universitari lo deviarono verso lo spiritismo allontanandolo dal cristianesimo, per poi riconvertirsi a seguito dell'incontro con il conterraneo prof, Vincenzo Pepe e con il confessore Padre Alberto Radente, trasformandosi, nella definizione di Papa Benedetto XVI, come San Paolo da persecutore ad apostolo.
 Rientrato a Latiano svolse opere di generosità devolvendo l'eredità paterna in aiuti a persone indigenti e in attività benefiche e filantropiche; il 15.4.1866 inaugurò un Asilo di Infanzia.
 Iniziò quindi la sua breve e brillante carriera di Avvocato, componendo diritto ed etica, cogliendo a Lecce i suoi primi successi di penalista, grazie anche alla sua eloquenza suadente e penetrante, e lavorando anche con lo zio Avv. Luciano Luparelli.
 Tornato a Napoli occasionalmente, fu ispirato da Padre Ribera a dedicare la sua vita di giovane Avvocato a Dio e all'apostolato; all'età di ventotto anni abbandonò la toga per abbracciare una vita di apostolato cristiano, avvalendosi della sua formazione professionale-morale, ponendosi di fronte alle condizioni di miseria di alcuni strati popolari non con umanitarismo e filantropismo, ma con espressione e manifestazione di spirito di giustizia e di carità.
 A Pompei si recò su incarico della Contessa Marianna Farnararo, presentatagli da Giuseppina Volpicelli, cognata del Marchese Imperiali, pugliese anche lei (era nata a Monopoli il 12.12.1836), vedova De Fusco all'età di 27 anni, con cinque figli – con la quale per evitare maldicenze, su consiglio di Papa Leone XIIIー contrasse matrimonio canonico l'1.4.1885 – per gestire le sue proprietà, incontrando una realtà di miseria e ignoranza, ove iniziò a propagare il Rosario, ponendo le basi per la diffusione del culto della Madonna di Pompei.
 L'opera meritoria nel campo sperimentale e sociale, che onora la storia della categoria forense, fu, con il sostegno di Papa Leone XIII° e il generoso aiuto di gente ricca e povera, di politici, di militari, di pubblici funzionari e operai, religiosi, e finanche poveri condannati, l'istituzione oltre a un Orfanotrofio, di un Ospizio, che divenne accogliente luogo per attività lavorative, musicali e ginniche, che ospitava i figli dei carcerati (il cui Regolamento fu steso insieme all'Avvocato penalista e sindaco di Napoli Nicola Amore) osteggiata dalla scienza imperante e dalla stampa, qualificata ciarlatanesimo a fini speculativi all'ombra del Santuario, che lo definì “un tale togatulus”, un impostore affaccendato a trarre denaro da idee meschine all'ombra della Madonna di Pompei; per i più benevoli la Valle di Pompei sarebbe diventata un vivaio di delinquenti, un covo di belve. Si scatenò contro Bartolo Longo una lotta di potere economico che mirava a estrometterlo dalla gestione degli Istituti; a Papa Pio X era stato dipinto come uno degli avvocati più imbroglioni d'Italia e, come fu scritto in occasione della presentazione dell'uomo prossimo a essere dichiarato beato su “La Civiltà Cattolica” del 18 ottobre 1980, fu chiesta la sua scomunica perchè accusato da persone successivamente screditate, tra i quali un frate, che poi fu arrestato per abusi e da altro soggetto poi divenuto eretico.
 Secondo la scuola di antropologia criminale di Cesare Lombroso la trasmissione della tendenza al crimine si concentrava nella espressione “figli di ergastolani, predestinati ergastolani”, non essendovi nulla da fare per l'educazione dei figli di delinquenti.
 Cesare Lombroso allo studio del delitto aggiunse quello del delinquente affermando la corrispondenza tra fisico e morale, assegnando all'uomo vizioso, immorale, delinquente i caratteri fisici e psichici, esagerati fino alla mostruosità, che nella estetica e nell'etica di un dato popolo in un dato momento contrassegnavano la bruttezza, e adottando il sistema di congetturare dai lineamenti del volto e da altri segni caratteristici della persona, quali la fisionomia la configurazione delle parti ossee del cranio, cui si pretese far corrispondere le singole parti del cervello, e altri segni degenerativi bitorzoli frontali, asimmetrie, ampiezza e strettezza della fronte, conformazione del naso e delle orecchie, atti a distinguere l'uomo delinquente dall'onesto o normale, l'andamento interno dell'animo, le naturali attitudini, l'indole, le inclinazioni, le passioni, le virtù, i vizi, fino al punto che tra più sospettati il maggiore indiziato era quello più brutto; oltre al rapporto tra fisico e morale sosteneva la correlazione tra organi e funzioni e tra cervello, intelligenza e moralità; nel pensiero, divulgato nell'Uomo Delinquente, del delinquente per costituzione rapportava l'intelligenza e i sentimenti alla forma del cranio.
 Le assurdità di quella corrente scientifica aveva generato considerazioni paradossali specie riguardo ai meridionali (che i “piemontesi” definivano “beduini e incivili”); è significativa al proposito la decisione del Tribunale di Lamezia Terme che con ordinanza 3 ottobre 2012 pronunciando nel procedimento con rito sommario promosso dal Comune di Motta S. Lucia nei confronti del Comune di Torino e del MIUR, con l'intervento del Comitato Scientifico “No Lombroso”, ha condannato l'Università degli Studi di Torino alla restituzione al Comune ricorrente del cranio del concittadino Giuseppe Villella, detenuto nel Museo di Antropologia Criminale “Cesare Lombroso” di Torino, addebitando ai resistenti le spese di trasporto e tumulazione.
 Sull'esame della forma del teschio di Villella, Cesare Lombroso aveva fondato la prova scientifica dell'”atavismo criminale”, successivamente sconfessata dalla comunità scientifica e dalla esperienza sui figli dei “delinquenti”, anche per rilevante merito di Bartolo Longo.
 La pronuncia è fondata sull'art. 40 DPR 10.9.1990, n. 285 di approvazione del Regolamento di Polizia Mortuaria il quale stabilisce che, dopo l'uso da parte delle sale anatomiche universitarie dei cadaveri destinati, ai sensi del T.U. approvato con R.D. 31.8.1933, n. 1592, alle indagini scientifiche e di studio, i cadaveri “ricomposti in quanto possibile, devono essere consegnati all'incaricato del trasporto al cimitero”.
 Con la decisione è stato ritenuto che non vi era ulteriore ragione della permanenza nel Museo di un reperto costituente un disvalore antropologico negato dalla comunità scientifica, non essendo giustificato dalla finalità di una funzione di educazione museale neppure per illustrare l'emersione degli errori commessi dalla scienza.
 L'interesse collettivo del Comune è fondato non solo sulla necessità di dare sepoltura al concittadino, ma anche per una riabilitazione etica della propria immagine di Ente territoriale, che avrebbe dato i natali al prototipo antropologico dell'”uomo criminale”, simbolo di inferiorità meridionale, venendo considerato terra di briganti.
 Giuseppe Villella, di attività pecoraro, aveva dichiarato differenti età in occasione del matrimonio con Anna Serianni e della nascita dei cinque figli; non è stato possibile accertare la data di nascita (che neppure il diretto interessato conosceva) perchè lo status animarum dell'archivio parrocchiale non ha più gli atti dal 1802 al 1821, mentre i registri dello stato civile furono istituiti nel 1809; Villella sarebbe nato nel 1808; risulta, invece, nell'elenco dei morti del Comune.
 Villella era stato più volte condannato per reato di furto; la prima volta nella notte del 29 luglio 1843 aveva sottratto a un possidente cinque ricotte, una forma di cacio, due pani e due capretti; per ultimo, sempre per reati contro il patrimonio, era stato detenuto nel carcere di Pavia.
 Nell'Ospedale di quella città era deceduto, secondo la trascrizione dell'atto di morte, il 15 novembre 1864, mentre il verbale dell'autopsia riporta quale data della morte il 16 agosto 1864.
 Come svolgimento ulteriore della scienza criminale del Lombroso, l'esponente  della scuola criminale positiva Enrico Ferri, nella espansione del metodo positivo ad ogni ramo dello scibile umano, riteneva che il reato è un ente di fatto, una azione da studiare come azione umana, come fenomeno naturale e sociale, in contrapposizione alla scuola classica o idealista di diritto penale propugnata da Carrara, secondo la quale il delitto è un ente giuridico la cui essenzialità consiste nella violazione di un diritto che è congenito all'uomo perchè dato da Dio al momento della sua creazione; come osservò nel Trattato di Sociologia Criminale pubblicato in tre successive edizioni dal 1881 al 1891, pur rilevando la eccessiva prevalenza attribuita da Lombroso ai dati craniologici e antropometrici e pur aprendo a nuovi studi criminologici sugli autori di delitti, nell'indicare che lo studio della scuola positiva curava non già solo il delitto ma il delinquente, con un metodo scientifico nello studio della patologia sociale criminosa non astratto ma costruito sull'osservazione positiva delle sue condizioni organiche, antropologiche e psichiche, delle influenze ereditarie, delle condizioni dell'ambiente fisico e sociale, precedenti indissolubili della persona, riferiva che le osservazioni antropologiche, psicologiche e statistiche avevano posto in luce che, sotto qualsiasi regime penitenziario, vi sono sempre dei tipi di delinquenti per i quali l'emenda è impossibile o estremamente difficile e instabile, perchè costituenti una varietà del genere umano, dominati da un'anormale costituzione organica o psichica, ai quali non ripugna il delitto che costituisce l'esercizio di un diritto o al più una azione indifferente senza provare alcun pentimento, essendo pronti a praticarlo nuovamente appena espiata la pena costituendo il carcere solo un pericolo del mestiere.
 BARTOLO LONGO si rivolse alla classe più abbandonata dei fanciulli (che la scienza ufficiale distingueva in nati delinquenti e nati onesti), i figli dei carcerati e dei forzati che rivedranno i loro figli se non quando li raggiungeranno a loro volta nelle prigioni per effetto dei propri delitti: i figli dei carcerati, condannati dalla nascita a battere la via del crimine, non godevano neppure dei benefici degli orfani perchè non lo erano, ed erano costretti a portare il marchio dell'infamia; raccolse così, come egli stesso racconta “...il grido represso che da tanti anni racchiudeva l'eco di tanti drammi ignorati dalla infanzia derelitta, di tanto inenarrabili sventure, di tanti clamori di misere madri e padri sciagurati che, dal fondo delle galere, dal fondo delle prigioni, stendevano le scarne braccia, facendo uscire da quei buchi tenebrosi voci lamentevoli di pietà imploranti soccorso per l'infelice loro prole, innocente delle loro colpe...”.
 Gli sconvolgimenti degli assetti politici e la miseria imperante subito dopo l'Unità d'Italia, le epidemie diffuse avevano determinato un degrado sociale: BARTOLO LONGO avvertì il dramma esistenziale dei derelitti; un Magistrato dell'epoca nelle sue memorie ricordava di un imputato che si raccomandò al Pretore di avere un periodo più lungo di carcerazione per assicurarsi il pane per qualche giorno in più.
 Come ricorda Giacinto De Sivo nella sua “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861” nel territorio meridionale vi erano 47.700 persone incarcerate delle quali 16.000 nella sola Napoli; nelle prigioni erano vietate le visite dei familiari; gli avvocati non potevano incontrare i propri assistiti; era vietato scrivere e possedere libri; erano detenuti promiscuamente feroci assassini, politici e persino sacerdoti e militari, oltre ai semplici mendicanti la cui unica colpa era quella di essere poveri; per il numero enorme di detenuti furono impiegate come luoghi di detenzione conventi e chiese, dove i cittadini erano detenuti in ceppi, tra pidocchi, sporcizia, costretti a giacere sulla nuda terra, senza coperte, né aria e luce per anni, ascoltando i lamenti dall'esterno di mogli e figli; la sorveglianza era affidata a ex-galeotti e camorristi meritevoli di gratitudine che infierivano sulle vittime, salvo il pagamento di un prezzo. Sessanta tra i principali avvocati napoletani protestarono per iscritto contro gli abusi nel trattamento dei carcerati, che ebbero risonanza anche nel Parlamenti Nazionale.
 Alcuni anni prima l'opera di avvicinamento ai detenuti veniva attuata da religiosi, come per il Piemonte da San Giuseppe Cafasso (Castelnuovo d'Asti  15.1.1811-Torino 23.6.1860), Patrono delle Carceri Italiane, che frequentando per oltre venti anni le carceri, permanendovi anche di notte per il recupero dei condannati, ottenne più di tante legislazioni, trattando i “santi impiccati” come “galantuomini” e incidendo sulle coscienze dei carcerati indurite e indifferenti.
 La scommessa di Bartolo Longo fu vinta con il criterio del lavoro e della preghiera, facendone una dimensione sociale, colmando il distacco della società degli uomini liberi dal mondo delle famiglie dei carcerati, vincendo la indifferenza e la diffidenza, contrapponendo alla scienza la giustizia e la carità, contro lo scetticismo della scuola positivista (che accusò di falso i suoi risultati sui figli di condannati per omicidi) e scardinando e rivoluzionando i principi disumani della scienza antropologica criminale sulla trasmissione della tendenza al crimine, con il finale consenso di Magistrati, Direttori Carcerari e detenuti-genitori, scrittori, filosofi e quindi di studiosi di scienze penali in Italia e all'Estero sulla constatazione che giovani provenienti dall'Istituto si erano inseriti in officine, nel clero, nell'esercito, nelle bande militari e persino all'Estero; l'opera di Bartolo Longo non costituiva un semplice assistenzialismo, ma si manifestava come sfida, giuridica ed etica al secolo dello scientismo positivistico e della scienza criminologica ufficiale che irrideva polemicamente ai discorsi e alle iniziative di Bartolo Longo di tutela dei figli dei carcerati utilizzando pregiudizi che si ammantavano di scientificità.
 Nell'arco di tre anni attuò il progetto “Lavoro e Preghiera” dimostrando che la rilevata tendenza al delitto di giovani ospitati già dichiarati “incorreggibili” era cambiata, suscitando la protesta della scuola positivista che riteneva antiscientifica la metodologia usata e non veritiera la modifica della tendenza e dell'istinto criminale - cui non poneva rimedio né l'attività lavorativa, inutile per la redenzione né la preghiera inefficace e dannosa su animi privi di senso morale - alla quale Bartolo Longo opponeva, nel rispetto della scienza, il campo e il criterio della carità, che genera fiducia, elevando il lavoro, quale mezzo educativo, a preghiera secondo il concetto espresso da San Tommaso D'Aquino, con l'aggiunta di attività ginniche, musicali e abitudini igieniche, favorite da una struttura ampia e pulita, attrezzata di strumenti di svago e lavoro che educavano al senso sociale i fanciulli sottratti alla strada e ad ambienti malsani. I ragazzi, con l'ausilio di educatori, venivano sottoposti a studi della loro persona e dei precedenti familiari, delle tendenze in rapporto alle presunzioni della fenomenologia atavica, delle caratteristiche somatiche, per adeguare a ciascuno i metodi educativi occorrenti, consistenti in doveri generali di comportamento nelle azioni e nelle parole, in doveri disciplinari, in cura della persona, in regole di civiltà, in contegni corretti con compagni e educatori, nel contegno di gioco e nello studio, illuminati dalla luce della fede e il lavoro veniva raccolto e pubblicato: dal “covo di belve” uscirono operai, professionisti e anche sacerdoti e religiose.
 Bartolo Longo ispirando le sue azioni a salvaguardia della spiritualità dell'anima ha svolto una elevata missione a tutela della libertà, su cui si fonda la moralità degli atti umani e la responsabilità delle azioni dell'uomo; la sua opera fu definita “non solo pietosa quanto altra mai, ma altrettanto sociale e senza misura civilizzatrice”.
 Il messaggio di Bartolo Longo deve essere ancora in pieno accolto; già alla fine del 1800 era stato osservato come i sistemi carcerari si erano mostrati inferiori così alla scopo prefisso che all'utile sperato e si richiedeva di provvedere con urgenza a quella che veniva definita “bancarotta dell'odierno sistema penale”; nella attuale epoca a distanza di circa un secolo e mezzo, la civiltà esige un mutamento e una sostanziale rideterminazione dei criteri ispiratori dei fondamenti giuridici e culturali e dei principi punitivi e una filosofia etica della pena, con l'adozione di interventi di istruzione e occupazione, di metodi alternativi alle misure detentive, non soltanto per una attenzione umanitaria e per una utilità sociale, ma per un problema di legalità violata determinata da sovraffollamento, mancanza di spazi vitali, promiscuità rispetto alla posizione giuridica e alla tipologia dei reati, limitazione di comunicazioni con l'esterno, condizioni carcerarie che tolgono la dignità e coinvolgono i familiari dei detenuti, difficoltà di procedere alla rieducazione alla legalità e alla osservazione della personalità, inerzia per venti ore al giorno, che producono rimozione del senso di colpa, incomprensione della finalità della pena e deresponsabilizzazione.
 Il messaggio di Bartolo Longo richiede un forte impegno culturale per colmare il distacco della società degli uomini liberi dal mondo del carcere e della pena, con lo scopo di vincere la indifferenza e la diffidenza nei confronti dei condannati, che costituiscono ostacoli alla loro inclusione sociale, diffondendo la consapevolezza che la migliore difesa sociale si realizza con il reinserimento e non con l'emarginazione del recluso, e vincendo l'istinto e la vocazione repressiva, anche in attuazione dei dettati della Costituzione Italiana e della Convenzione per la Salvaguardia dei Diritti dell'Uomo e delle Libertà Fondamentali che vietano l'inflizione di pene e trattamenti inumani o degradanti, e mirano al reinserimento nella società.
 Bartolo Longo cessò di vivere, assistito dall'amico medico Giuseppe Moscati - santo della scienza medica intesa come missione e opera di carità e anticipatore dell'intelligenza laica del cristiano moderno - il 5.10.1926 a Pompei dove era ritornato, osannato e acclamato, il 23.2.1925 a seguito di una parentesi di vita in Latiano dove era rientrato per evitare conflitti con gli eredi della Contessa, deceduta il 9.2.1924. Le sue spoglie mortali sono nella cripta del Santuario di Pompei.
                                     
                                        F.TO
                    Avvocato AUGUSTO CONTE


2 commenti:

  1. Lettura veramente interessante, grazie

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    1. Sì, il pezzo poteva essere impostato come allegato, ma ognuno può fare come vuole

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